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COALIZIONE 27 FEBBRAIO: LETTERA APERTA PER UNA ASSEMBLEA DI IDEE E DI LOTTE

MGA è una delle associazioni che hanno dato vita alla Coalizione 27 febbraio, primo esperimento italiano di aggregazione sindacale di segmenti eterogenei del lavoro autonomo.Avvocati, architetti, giornalisti, farmacisti, archivisti, ingegneri, geometri, e altri ancora, insieme stanno dando vita ad un movimento di lotte che ha riportato all’attenzione generale le condizioni drammatiche dei lavoratori autonomi, in grave crisi di redditi, afflitti da una fiscalità iniqua e da una previdenza costosa e insufficiente.

Pubblichiamo di seguito la lettera aperta con cui la Coalizione 27 febbraio  chiama associazioni, sindacati, movimenti, lavoratori, ad una assemblea generale per il prossimo 21 maggio:

 

Che fine ha fatto il Jobs Act del lavoro autonomo?

Lettera aperta della “Coalizione 27 febbraio”: proposta di assemblea

Siamo le lavoratrici e i lavoratori autonomi e precari della “Coalizione 27 Febbraio”.

Ci identifichiamo nel Quinto Stato:

«… una condizione incarnata in una popolazione fluttuante, composta da lavoratrici e lavoratori indipendenti, precari, poveri al lavoro, lavoratori qualificati e mobili, sottoposti a una flessibilità permanente».

Ci siamo incontrati, poco più di un anno fa, per la prima volta a Roma, convinti che solo l’azione e le lotte congiunte di figure del lavoro eterogenee – connesse dalla intermittenza, dalla precarietà e dall’assenza di welfare – avrebbe potuto accendere i riflettori sulla nostra condizione, che è comune a milioni di donne e di uomini. Liberi professionisti, precari, lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata INPS, studenti, ricercatori a tempo, parasubordinati, accomunati dall’essere sostanzialmente privi di diritti sociali e previdenziali, o dal possederne in misura assai ridotta, abbiamo dato vita insieme a un movimento di idee e di lotte culminato nella produzione della Carta dei diritti e dei principi del lavoro autonomo e indipendente.

Questo movimento – fatto anche di manifestazioni  pubbliche presso le istituzioni del welfare, dalla sede centrale INPS al Ministero del lavoro – ha generato una  rinnovata attenzione dei media, nello scorso autunno, verso le rivendicazioni del lavoro autonomo e professionale. Nello stesso periodo, in coincidenza con la nascita della Carta della C27F, il Governo annunciava trionfalmente l’approvazione del cosiddetto Jobs Act del lavoro autonomo, un breve Disegno di Legge contente alcune norme interessanti in tema di certezza dei pagamenti, accesso ai Fondi europei, tutela della malattia, deducibilità fiscale delle spese di formazione, e molte norme sbagliate (vedi il Titolo II sul lavoro agile). lett1

Sebbene applicabili per larga parte esclusivamente ai lavoratori iscritti alla gestione separata INPS, e sebbene assolutamente insufficienti, da sole, a fornire al lavoro autonomo un grado di tutela dignitoso, le norme del Disegno di Legge governativo Del Conte (il suo estensore) sono apparse indicatore di una nuova attenzione politica nei confronti di una componente del mondo del lavoro di fatto abbandonata a sé stessa, sottoposta a una fiscalità iniqua e regressiva, costretta a una previdenza dai costi insostenibili e tuttavia incapace di erogare prestazioni adeguate.

Oggi, a distanza di mesi, del Disegno di Legge Del Conte non vi è più traccia. Dimenticato dalla comunicazione mainstream, evidentemente espunto dall’agenda del Governo, rischia di essere ricordato più come uno spot elettorale che come un reale passo avanti nella tutela di una categoria di lavoratrici e lavoratori che, da sola, crea almeno il 18 % del PIL annuo.

Per contro, la Carta dei diritti e dei principi del lavoro autonomo e indipendente vive e cresce, e non si ferma il dibattito interno alla “Coalizione 27 febbraio”. Nata come proposta aperta, la Carta è arrivata alla sua versione 3.0, con due obiettivi fondamentali: conquistare e promuovere tutele e welfare universali, indipendentemente dalla tipologia di lavoro svolto; e difendere e conquistare un principio fiscale di tipo realmente e decisamente progressivo.

Noi lavoratrici e lavoratori della “Coalizione 27 febbraio” riteniamo che il nodo del lavoro autonomo e indipendente debba tornare al centro del dibattito pubblico. Le recentissime dichiarazioni di Boeri circa le pensioni dei nati negli anni ’80, la annunciata riforma governativa del sistema Fornero, le fosche prospettive di INPS ma anche delle casse di previdenza private (che intorno agli anni 2030-2040 rischieranno il disavanzo fra entrate e uscite previdenziali, con i conseguenti rischi circa l’effettiva erogabilità delle pensioni) impongono, a nostro giudizio, una ricerca comune di soluzioni reali e inclusive, nonostante e contro l’austerity imposta dal neoliberalismo europeo.

Diversamente, «si lavorerà per più di quarant’anni con redditi esigui per non avere, in sostanza, una pensione. I lavoratori poveri e discontinui avranno collaborato alla sostenibilità di un sistema che li esclude. (…) Il quinto stato di milioni di persone non potrà sopravvivere con il lavoro povero e precario, senza tutele e nemmeno un reddito minimo o di base».

Facciamo quindi appello a tutte le lavoratrici e i lavoratori autonomi, a tutte le associazioni professionali, ai sindacati, a tutti i movimenti impegnati nella lotta alla precarietà esistenziale ed economica di intere generazioni, per un’assemblea pubblica di confronto – da tenersi il 21 maggio presso Esc Atelier, a Roma in via dei Volsci 159 – su temi e proposte di lotta per un reddito minimo garantito, l’estensione degli ammortizzatori sociali, previdenza equa e sostenibile sia per i lavoratori iscritti alla gestione separata INPS che per quelli che fanno riferimento alle casse private, fiscalità realmente e fortemente improntata al principio di progressività, giusto compenso. L’assemblea segnerà il primo passo verso una nuova la mobilitazione, uno Speaker’s corner presso Montecitorio da costruire con tante e tanti, magari già nel mese di giugno.

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LA COALIZIONE 27 FEBBRAIO AL PRIMO MAGGIO DI TARANTO

La Coalizione 27 Febbraio è nata il 27 febbraio 2015.
Essa riunisce in sè 21 associazioni e gruppi di lavoratori autonomi e precari di tipo eterogeneo, ordinisti e non ordinisti, tecnici e umanisti.
Nonostante le trasformazione epocali che si sono determinate negli ultimi trenta anni, e che hanno investito l’economia come la politica, i diritti sociali – nel nostro paese – continuano a essere strettamente connessi con il lavoro; più in particolare, con il lavoro di tipo subordinato. La moltiplicazione delle figure del lavoro, così come l’affermazione del lavoro autonomo e parasubordinato, NON sono state accompagnate da una revisione sostanziale del welfare e delle tutele: conquistare e promuovere tutele e welfare universali, indipendenti dalla tipologia del lavoro svolto, è obiettivo fondamentale della Coalizione.

In poco più di un anno la Coalizione ha fatto passi da gigante, e oggi è riconosciuta come il simbolo dei lavoratori autonomi e precari che incrociano le loro lotte.

Il 1 maggio, a Taranto, torna l’appuntamento con il “controconcerto”.
Il Primo Maggio di Taranto, evento interamente autofinanziato, creato dal Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, un gruppo di operai e cittadini formatosi a seguito del sequestro degli impianti inquinanti dell’Ilva nel 2012.
Gli artisti presenti saranno numerosissimi: dai Litfiba a Daniele Silvestri, da Caparezza ai Marlene Kuntz.
Ma la giornata non sarà dedicata solo alla musica.
Il tema di quest’anno è: “Legalità; quale giustizia?”. In un’Italia in cui si tutelano i poteri forti, politici e mafiosi, ma si condannano gli studenti che manifestano per il diritto alla vita e alla legalità. “Legalità”, parola non più legata al senso di giustizia, di etica e di partecipazione popolare ma dietro la quale garantire l’interesse di pochi a scapito dei diritti della maggioranza.

A rappresentare i lavoratori autonomi e precari, a raccontare il vuoto di tutele in cui noi viviamo, ci sarà la Coalizione 27 Febbraio.
E per la prima volta, a dare voce a questa parte del lavoro così dimenticata ci sarà un avvocato, un avvocato di MGA, Cosimo D. Matteucci.
E’ il segno di una rivoluzione epocale in atto.

La professione liberale per eccellenza ha smesso da tempo di essere “casta” e incrocia le lotte con quelle degli altri lavoratori senza ferie, senza malattia, senza pensione. A problemi comuni, cerchiamo soluzioni comuni.
E noi avvocati, che della Giustizia abbiamo fatto la nostra vita, saremo su quel palco per la giustizia sociale, per una più equa distribuzione delle risorse e della ricchezza, perchè tutti i lavoratori hanno diritto a pari tutele, ad una esistenza dignitosa e non precaria.

Sono sinceramente commossa nel dare questo annuncio, e sono orgogliosa che sia toccato a me farlo.
Il lavoro cambia, il paese cambia, l’avvocatura cambia.
Essere testimoni e in parte artefici di questa presa di coscienza ci ricorda che, per essere realisti, bisogna chiedere l’impossibile.

Vai Cosimo, vai Coalizione 27 Febbraio, andiamo compagni e amici. Noi saremo tutti a Taranto con voi, con noi, e questo ce n’est qu’un debut.
Ad maiora, davvero, con forza, con coraggio, con speranza.

Non siamo più soli.

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MGA, DIPARTIMENTO DIRITTI UMANI: NO AL MURO DEL BRENNERO

“L’Austria fa sul serio e avvia al Brennero i lavori per una barriera anti-migranti. La struttura avrà una lunghezza di 250 metri e comprenderà l’autostrada, come anche la strada statale. In una prima fase saranno smontati i guardrail e verrà modificata la segnaletica stradale. I controlli del traffico leggero e pesante saranno effettuati in un parcheggio a nord del confine. Nei prossimi giorni sarà anche allestito un centro di registrazione. ” (La Stampa online, 11 aprile 2016).

Il dipartimento Diritti Umani di MGA non può che  condannare una simile iniziativa. E lo fa con le parole di Nunzia Parra, referente MGA del Foro di Perugia, componente del Dipartimento Diritti Umani dell’associazione:

C’è un’Europa in agonia in quei confini di fili spinati,

c’è un’Europa in agonia in quei muri eretti,

c’è un’Europa che muore in quei muri da costruire, in quei cantieri aperti.

C’è un’Europa che muore in un omertoso silenzio.

C’è un’Europa che muore in un passato remoto, 

che ritorna, spezzando la geografia.

Dall’altra parte

c’è un esercito di dannati,

che fugge da quella morte

che ha distrutto ogni dove.

C’è un’Europa che muore,

riavvolgendo la pellicola di una storia,

fatta di sangue e dolore.

C’è un’Europa di confini,

c’è un’Europa di diritti calpestati,

c’è un’Europa di sogni infranti,

c’è un’Europa di esclusione.

Dall’altra parte

c’è una via crucis di numeri in coda

in cerca di quella dignità sottratta, calpestata.

C’è un’Europa che non più tacere

e dall’altra parte siamo tutti coinvolti.

#mgadallaltraparte #europa #mgaoltremurieconfini

#MGA”

Il 24 aprile, idealmente, MGA parteciperà alla manifestazione che si terrà nei pressi dell’erigendo muro. Invitiamo tutti coloro che potranno ad essere presenti.

MGA – Dipartimento diritti umani e difese d’ufficio

 

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GIUSTIZIA E TOPI A TORRE ANNUNZIATA

La giustizia è espressione di un principio fondamentale del vivere associato, un valore che è sempre stato posto al centro dell’organizzazione di ogni comunità.

O Cesare, o morte.

Nella società complesse e liquide, come quella attuale, rimane esigenza e principio imprescindibile.

O Cesare, o morte.

In tutte le forme di Stato, la collettività ha scelto di abdicare al bisogno di ristabilire un equilibrio dopo un torto, in favore dell’ente collettivo, che garantisca la giustizia.

Per cui la giustizia o è pubblica o non è.

O Cesare o morte.

Ma oltre che nobile ideale, punto di convergenza di diversi principi, bilancia che garantisce la possibilità stessa del vivere associato, la giustizia deve essere vissuta in concreto.

Qui oggi non sono a dirvi di nobili ideali, né di imprescindibili principi.

Né di Cesare, né di morte, ora voglio parlarvi.

Oggi voglio parlarvi di topi.

Il governo con i suoi logici e astratti tagli lineari, ha chiuso nei territori di provincia molte sedi distaccate di Tribunale.

Il Pretore di romana invenzione scendeva nel predio, diceva giustizia tra la gente, doveva essere immediatamente raggiungibile.

Oggi siamo evoluti, e dobbiamo concentrarci, anche se tra i cittadini e il tribunale c’è una sola strada tutta curve, che frana, s’intasa, viene occupata dai manifestanti, anche se per raggiungere altrimenti quel tribunale c’è un trenino, che si blocca, sopprime spesso le corse, è un servizio sul quale non si può fare affidamento, proprio perché è ora c’è e ora non c’è.

Nel 1994 si apre a Torre Annunziata la nuova sede di Tribunale.

Gli edifici che la ospitano erano stati costruiti per una Pretura, ma si sa, in Campania si è abituati ad arrangiarci.

Gli edifici non riescono a contenere un Tribunale, e nei lori primi mesi di funzionamento neanche un bagno per le donne, tanto si sa che le donne non vanno mai in tribunale.

Si corre ai ripari affittando un’area del convento dei Salesiani, e gli avvocati fanno la spola tra i due poli, uno civile e l’altro penale, in due punti distanti della città, ma si sa gli avvocati sono mobili e disponibili, anche se  i processi un po’ meno.

Nel frattempo nei territori di prossimità c’erano le sezioni distaccate di Tribunale, che avevano occupato il posto del Preture, i cittadini ancora le chiamavano Preture.

Lo Stato continua ad arretrare.

Nei territori di prossimità taglia le sezioni distaccate di Tribunale, e in molti casi anche gli uffici del giudice di pace, che laddove rimangono, occupano i locali delle sezioni distaccate.

Nel frattempo le torri in costruzione per il Tribunale, dal lontano 1994, un tempo ferme perché le ditte risultavano non avere il certificato antimafia (sic!), pur lavorando con la Procura della Repubblica, continuano ad essere in costruzione.

Si crea così un gigantesco tappo, confluiscono a Torre Annunziata le sezioni  distaccate d tutto il distretto, mentre non ci sono gli uffici, i parcheggi, i servizi igienici e il personale adeguato.

Il tribunale chiude per qualche tempo per trasloco, si lascia il posto occupato in affitto dai Salesiani, che viene occupato dagli uffici del giudice di pace.

Lo Stato arretra sempre più sul territorio, e lascia occupare i suoi avamposti di rappresentanza da uffici a cui non dà una sistemazione giuridica, un imprimatur, un sigillo di Stato.

La seconda torre viene terminata e tutto si riversa in essa.

Ad oltre un anno da questo terremoto, le strutture sono al collasso.

Non ci sono abbastanza cancellieri, e il Giudice di Pace implode, gli avvocati occupano le strutture, ma nessun cambiamento riescono ad ottenere.

In tribunale le cancellerie non ce la fanno a tenere il passo, sono tutti oberati di lavoro, con la conseguenza che quello che prima funzionava bene, adesso comincia a non funzionare, e arrivano i provvedimenti di chiusura temporanea della cancellerie, per smaltire gli arretrati.

Ora le strutture sono nuovissime, ma lo stesso non sono abbastanza, non c’è spazio per tutti, come in una casa mal amministrata, da coniugi che non abbiano saputo controllare le nascite.

In un’area chiusa tra l’autostrada e quella che un tempo, neanche tanto remoto fu una campagna, ora nei corridoi al primo piano delle torri sono comparsi i topi.

Gli avvocati si riuniscono in assemblea, mentre i topi ballano sulle loro teste.

Senza la giustizia in concreto, non può esistere l’idea di giustizia.

Sandra Paturzo – referente di MGA per il foro di Torre Annunziata

 

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PCT: SICILIA E CALABRIA FUORI DAL SISTEMA A TEMPO INDETERMINATO

L’11 /04/2016, alle ore 13,00,  il PCT fallisce.  La Sicilia e la Calabria sono fuori dal sistema! 

I FATTI: l’11/04/2016, alle ore 13,00, i sistemi del settore civile siti sulla sala server interdistrettuale di Messina  – distretti di Messina, Palermo, Caltanissetta, Catanzaro e Reggio Calabria –  si bloccano.

Nessun accesso, nessun deposito, nessuna informazione è disponibile!

Nessuna comunicazione preventiva su interruzioni temporanee, nessun avviso sul sito del Ministero, gli Avvocati siciliani e calabresi non possono accedere al sistema e non hanno alcuna informazione!

Il 13/04/2016, in alcuni dei tribunali interessati viene data notizia di una nota del CISIA (Coordinamenti interdistrettuali sistemi informativi automatizzati).

Nella stessa giornata del 13/04/2016 la nota viene recapitata agli avvocati di Palermo via mail, a ben due giorni di distanza dal blocco.

Si presume che identica nota sia giunta anche agli Avvocati di tutti gli altri fori interessati.

Il CISIA comunica ai Presidenti delle Corti di Appello e dei Tribunali interessati che:

 “a partire dalle ore 13 di ieri 11/4, come già tempestivamente anticipato via mail, i sistemi del settore civile siti sulla sala server interdistrettuale di Messina (distretti di Messina, Palermo, Caltanissetta, Catanzaro e Reggio Calabria) non risultano in atto raggiungibili per problemi tecnici ancora in via di risoluzione.

Alla luce di quanto sopra si invitano gli uffici in indirizzo ad utilizzare temporaneamente i tradizionali sistemi di registrazione cartacea fino alla soluzione del problema, suggerendo nel contempo ai sigg. avvocati di non depositare atti in via telematica.

Non appena i sistemi saranno ripristinati verrà data tempestiva comunicazione”.

 

M.G.A. ha da sempre denunciato i diversi profili di inefficienza del PCT così come attualmente strutturato. Questa vicenda gravissima, quindi, non poteva  essere sottaciuta.  Da un’accurata analisi dei fatti emergono diverse valutazioni che MGA vuol rilevare.

Di fronte a questo blocco del PCT e alla nota che lo ha seguito, si aprono diversi scenari, giuridici e pratici.

Delle due l’una.

O la nota è legittima ed in questo caso la ratio stessa della riforma e tutti gli obblighi che ci hanno imposto  non hanno alcuna valenza.

O la nota è illegittima perché contraria al dato normativo e non avrebbe dovuto essere redatta.

Sembra, infatti, che il CISIA, prima di redigerla, abbia omesso di considerare una serie di elementi a dir poco importanti.

L’Art. 16-bis, della L. 221/2012 –  intitolato “Obbligatorietà del deposito telematico” – stabilisce : “ …  nei procedimenti civili, contenziosi o di volontaria giurisdizione, innanzi al tribunale, il deposito degli atti processuali e dei documenti da parte dei difensori delle parti precedentemente costituite ha luogo esclusivamente con modalità telematiche, nel rispetto della normativa anche regolamentare concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici”.

Alla luce del rigido dettato normativo, la CISIA, di fatto,  modifica quanto espressamente previsto dal legislatore.

A conferma di ciò, la Circolare Interministeriale n. 23710/2015, “Ministero della Giustizia Dipartimento per gli Affari di Giustizia Direzione Generale della Giustizia Civile”, all’art. 2 precisa che “Anche una volta divenuta efficace la disposizione di cui al citato art. 16-bis, può sorgere la necessità, per la cancelleria, di formare e custodire i fascicoli cartacei secondo le modalità previste dalle vigenti norme di legge e di regolamento.

Se è vero, infatti, che l’art. 9 d.m. n. 44/2011 statuisce che “la tenuta e conservazione del fascicolo informatico equivale alla tenuta e conservazione del fascicolo d’ufficio su supporto cartaceo”, la norma stessa fa salvi “gli obblighi di conservazione dei documenti originali unici su supporto cartaceo previsti dal codice dell’amministrazione digitale e dalla disciplina processuale vigente”.

Tale disposizione mantiene la propria validità anche dopo la piena entrata in vigore delle disposizioni sul deposito telematico degli atti processuali posto che, in linea generale, permane per le parti la facoltà di depositare gli atti di costituzione in giudizio e i documenti ad essi allegati in formato cartaceo. Così come rimane, per il giudice, la facoltà di depositare in formato cartaceo i propri provvedimenti (ad eccezione di quelli assunti nell’ambito del procedimento monitorio), salvo l’onere della cancelleria di acquisizione di una copia informatica, di cui si dirà infra.

Inoltre, il deposito dell’originale cartaceo di documenti già depositati mediante invio telematico potrà, comunque, rendersi necessario in diverse ipotesi.

Ci si riferisce, in particolare, all’ipotesi di cui all’art. 16-bis, comma 9, d.l. n. 179/2012, a mente del quale il giudice può ordinare il deposito di copia cartacea di singoli atti e documenti per ragioni specifiche. Va sottolineato, comunque, che, trattandosi, secondo la dizione di legge, di deposito di “copia cartacea di singoli atti e documenti”, esso presuppone il previo deposito mediante invio telematico”.

Pertanto, sono previste dalla legge ipotesi in cui si renda necessario un deposito cartaceo, ma solo a condizione che sia preceduto da un deposito telematico.

E’ poi prevista la possibilità che il Giudice, per ragioni specifiche, possa ordinare il deposito di copia cartacea dei singoli atti.

La legge è chiara! Si tratta di un ordine e non di un invito. Un ordine che  può provenire soltanto dal Giudice, non dal CISIA.

E’ chiaro che un blocco del PCT sia legittimamente inquadrabile in ipotesi di tal genere. Tuttavia, detta opzione non può essere contemplata in questo caso. E’ IMPOSSIBILE! Lo è perché non si ha accesso alle informazioni, lo è perché è preclusa la possibilità di formulare un’istanza al Giudice in tal senso, in quanto il PCT  è bloccato!

Altri aspetti della nota in oggetto non convincono.

Il CISIA comunica espressamente “come già tempestivamente anticipato via mail, i sistemi del settore civile siti sulla sala server interdistrettuale di Messina (distretti di Messina, Palermo, Caltanissetta, Catanzaro e Reggio Calabria) non risultano in atto raggiungibili per problemi tecnici ancora in via di risoluzione”!

 Appare naturale chiedersi quando questa “tempestiva” anticipazione sarebbe stata eseguita e a chi.

Come faceva il CISIA a sapere in anticipo del blocco?

E, se vero, perché la comunicazione non è arrivata a tutti gli Avvocati interessati in tempi utili?

Ma la nota prosegue invitando a suggerire a tutti gli Avvocati dei Fori interessati “di non depositare atti in via telematica. Non appena i sistemi saranno ripristinati verrà data tempestiva comunicazione”.

Di fronte a tale invito si aprono scenari che non possono essere trascurati, contrariamente a ciò che pensa il CISIA.

Innanzitutto, anche se il PCT è bloccato, le pec non vengono cancellate dal sistema. I messaggi inoltrati  sono codificati e il rischio di perdita di dati è minimo. In ogni caso, pur ammettendo razionalmente che, data la mole dell’interruzione, molti depositi non siano  rimasti integri, se non ci fosse stata la nota della CISIA sarebbe bastata un’istanza di remissione in termini.

Invece, no. Dicono che devi depositare in forma cartacea.

Piccola pecca, anche di stampo pratico.  Per legge gli Avvocati sono obbligati  esclusivamente al deposito telematico, quindi non sono più attrezzati , né preparati  al deposito cartaceo.

Si pensi a un Avvocato di Palermo che ieri, ultimo giorno processualmente disponibile per il processo in cui è procuratore,  avrebbe dovuto depositare un atto ad Agrigento. Viene a conoscenza della nota solo a ora di pranzo. Troppo tardi per prendere la macchina e fare quasi due ore di strada per raggiungere Agrigento. Gli uffici sarebbero già stati chiusi. A dir poco difficoltoso trovare subito un domiciliatario in così breve tempo, non avendone più avuto bisogno perché per legge il deposito si attua in via telematica. In tal stato di cose e salvo provvedimenti che saranno adottati in seguito, è incolpevolmente incorso in una decadenza!!!

Molti colleghi, che ieri mattina non erano in Tribunale perché non avevano udienze e non hanno potuto visionare l’avviso affisso, hanno ricevuto la nota intorno alle  13,00.

Fatto ancor più grave.

Pensiamo a un Collega di Milano che abbia un  processo a Palermo. Non arrivano la terza e la quarta ricevuta.  Non gli arriva la comunicazione del Cisia, perché sembrerebbe indirizzata solo ai fori e ai relativi Avvocati interessati. Ammettiamo solo per un attimo, che gli giunga formale comunicazione  (per quanto lo si ritenga improbabile) o che, comunque, ne abbia avuta notizia. Da Milano, come fa a rispettare i termini depositando in cartaceo? Non conosce nessuno del Foro di Palermo,  sarebbe a dir poco  fortunato a trovare un domiciliatario prima delle 14.

I danni potenzialmente arrecati sono incalcolabili.

Se la nota del Cisia fosse considerata legittima, si correrebbe il rischio di un rigetto o di documentate eccezioni avverso un’istanza di remissione in termini! La modalità ammissibile sarebbe stata solo quella cartacea.

In tal stato di cose i Colleghi siciliani e calabresi oggi, potenzialmente quelli di altre regioni domani,  sono costretti ad operare in una situazione di incertezza, con possibili ripercussioni sotto il profilo della responsabilità professionale verso i propri assistiti, alla luce di  una normativa la cui applicazione risulta del tutto priva di un criterio stabile!

Ma non è tutto!

L’art. 6  della suddetta Circolare interministeriale precisa “Orario di deposito e proroga dei termini processuali scadenti di sabato o domenica, stabilendo che “ L’art. 51, comma 2, d.l. n. 90/2014 aggiunge, al termine dell’art. 16-bis, comma 7, d.l. n. 179/2012, un periodo volto a rimuovere l’incertezza interpretativa creatasi in merito al giorno in cui doveva ritenersi perfezionato l’invio telematico alla cancelleria di un atto o documento, nell’ipotesi di generazione della ricevuta di avvenuta consegna oltre le ore 14.

A seguito della modifica in esame, è definitivamente chiarito che “il deposito è tempestivamente eseguito quando la ricevuta di avvenuta consegna è generata entro la fine del giorno di scadenza”.

Ora, si sa bene che in molti casi si è costretti a depositi anche in serata. Dopo la riforma, ogni Avvocato sa di poterlo fare col PCT.  Tuttavia, il collega siciliano o calabrese, in questi giorni, tenta di accedere e non gli è consentito. Adesso, sempre ammesso che non sia già considerato come  incorso in decadenze, dovrà rispettare l’orario  canonico di chiusure degli Uffici.

Mettiamo per ipotesi che tutto ciò non avvenga. I Colleghi siciliani e calabresi si recano in cancelleria e depositano il cartaceo.

L’atto assunto dalla cancelleria, anche se successivamente scansionato e inserito nel sistema, non ha la firma digitale del collega.

La nota invita ad utilizzare i “tradizionali sistemi di registrazione cartacea”, non parla di documenti firmati digitalmente!

Se scopo della Legge era avere un “testo editabile”, la scansione non rispetta né la ratio né il fine del dettato normativo.

Ammettiamo, in via meramente ipotetica,  che anche questo problema fosse risolto.

Il deposito tradizionale non è un ipotesi prevista. Al contrario, in questo caso in modo lungimirante,  sono previste soluzioni di altro genere, espressamente contemplate.

Infatti,  il c.d. “Manuale dei cancellieri” – “MINISTERO DELLA GIUSTIZIA – D.G.S.I.A. REINGEGNERIZZAZIONE DEL SISTEMA INFORMATICO CIVILE DISTRETTUALE MANUALE UTENTE – Sistema Informativo Civile Distrettuale”, prevede  il deposito su “supporto magnetico”.

In particolare, il punto 10.8 prevede che “La funzionalità permette agli avvocati di depositare atti in formato digitale recandosi in cancelleria con un apposito supporto magnetico contenente la busta da depositare (floppy disk, CD ecc..). Nella sezione atti di parte è infatti presente il tasto ‘Carica Busta da File’ che permette all’operatore di cancelleria di individuare la busta sul supporto magnetico e attivarne il deposito telematico”.

Perché non si è optato per questa modalità? Di certo più conforme alla legge.

Rimarrebbe però il problema di chi non si trova nel foro in cui depositare.

Quali le soluzioni che dovrebbero essere adottate allora?

Essenzialmente due.

  1. Si potrebbe prevedere una casella mail del Ministero cui inviare direttamente la “busta”. Il redattore atti, infatti, indica giorno e ora di creazione, di conseguenza non ci sarebbero dubbi sulla data di deposito.
  2. Il fatto che il guasto del server di Messina comporti il blocco del PCT su due regioni, lascia presumere che si tratti di un c.d. “collegamento in parallelo”. Si potrebbe creare un server mirror , grazie al quale i dati verrebbero “ esattamente copiati” su altro server. In tal modo, il guasto di un unico server non comporterebbe il blocco del PCT. Certo, si potrebbe obiettare che ci sarebbero rischi per la sicurezza dei dati, ma esistono ormai molteplici sistemi efficaci per contrastare detta ipotesi.

Inoltre,  il Ministero della Giustizia – Dipartimento Organizzazione Giudiziaria, del Personale e dei Servizi di Direzione Generale per i Sistemi Informativi Automatizzati-  ha pubblicato “lo stato dell’arte sul PCT” al 31/01/2016, comunicando i dati delle comunicazioni telematiche e precisando che:

Da febbraio 2015 a gennaio 2016:

  • Consegnate 15.500.962
  • risparmio stimato = € 54 milioni
  • In media circa 1.400.000 al mese

E’ chiaro che se uno degli obiettivi della riforma è il risparmio e che questo, stando ai dati del Ministero, di fatto si concretizza notevolmente, l’investimento in un  server mirror  sarebbe opportuno e garantirebbe nel medio e lungo periodo  non solo la copertura dei  costi, ma anche  un maggiore risparmio.

A conferma dell’opportunità di tale soluzione, del resto, si segnalala nota del Coordinamento  Nazionale slp Giustizia, del 23/12/2015, prot. 231-23_1215, indirizzata al Capo di Gabinetto- Ministero della Giustizia – relativamente allo schema D.M. inerente i gruppi di lavoro per la predisposizione dei decreti attuativi riguardanti il DPCM 15 giugno 2015 n.84 recante “Regolamento di riorganizzazione del Ministero della Giustizia e riduzione degli Uffici dirigenziali e delle dotazioni organiche” pubblicato sulla G.U. n.148 del 29 giugno 2015.

In detta nota si osserva quanto segue: “Di fatto la fase evolutiva dell’informatizzazione nel nostro ministero richiede molta partecipazione da parte del DGSIA in primis, ma soprattutto delle sedi CISIA che a nostro parere non devono essere modificate secondo le indicazioni del DM.

In questo ambito solo per fare un esempio e valutare ogni situazione specifica sui territori si ritiene che è indispensabile il mantenimento della sede di Palermo considerando che la sala server di Messina è ormai al collasso quindi satura anche perché non consente ulteriori sviluppi infrastrutturali.

A proposito si ricorda che l’impianto di condizionamento è inadeguato tanto è che durante il periodo estivo i sistemi del PCT allocati si sono bloccati diverse volte interrompendo anche il servizio delle notifiche civili telematiche mentre il mantenimento del CISIA di Palermo, dà la disponibilità di una nuova sala server inter-distrettuale che è stata da poco realizzata con impianti di condizionamenti dedicati e integrati agli armadi server e con addirittura l’impiantistica elettrica e antincendio dedicata. Operazione costata all’amministrazione oltre 400mila euro. A detta somma vanno aggiunte quelle assegnate dal Dgsia per ulteriori dotazioni server appena acquistati pari a circa 300mila euro.

Occorre anche tenere in grande considerazione, in riferimento all’individuazione degli uffici CISIA scelti dall’articolo 6 del DM, le distanze chilometriche dalle sedi CISIA dagli uffici remoti come per esempio il CISIA di Napoli che dista dalla sede di Reggio Calabria 500 chilometri o come l’istituendo CISIA di Brescia con la sede di Trento o Bolzano che dista più di 250 km.

Tutto ciò ci dimostra che bisogna approfondire la tematica territorio per territorio, ufficio per ufficio. Inoltre Palermo potrà assicurare di fatto l’attività “disaster recovery” per le altre sale server del territorio nazionale salvaguardando il funzionamento dei sistemi informatici ministeriali che fanno capo ad altre sale server se presenteranno problemi o cadute di funzionamento. Nel caso specifico vi è inoltre la coincidenza che Palermo è la sede della Regione Sicilia.

Per quanto attiene pragmaticamente l’attività in se e per se si ricorda che su Palermo girano i sistemi distrettuali dei registri penali e che lo stesso Cisia gestisce il sistema di gestione del personale Kairos per oltre cento uffici d’Italia e l’APP Giustizia Civile sviluppati a costo zero dal personale del Cisia di Palermo. In conclusione sempre tenuto conto e in riferimento all’esempio di Palermo deve essere attuata una attenta valutazione per ogni Cisia che l’amministrazione intenderebbe sopprimere ferma restando la nostra contrarietà”.

Fermo restando che sulla realizzazione di adeguati centri di “Disaster Recovery” una necessaria riflessione andrebbe posta sulla opportunità di diversificare il rischio con differenti localizzazioni dei sistemi di recupero dei dati sul territorio nazionale.

Maria Dell’Imperio – referente MGA per il Foro di Palermo

con la collaborazione di Pier Luigi Zulli Marcucci – responsabile Dipartimento Informatica MGA

 

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I GIUDICI SONO SOGGETTI SOLTANTO ALLA LEGGE (MA ANCHE UN PO’ AL PIL)

Qualche giorno fa, il 6 aprile, il sottosegretario alla Giustizia Ferri, passato indenne attraverso tre ministri, da Severino a Orlando passando per Cancellieri, ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera.
A parte le falsità governative di prammatica (“è in atto un grande sforzo riformatore del governo, a cominciare dalla giustizia civile e dal processo telematico, per rendere un migliore servizio sia ai cittadini che alle imprese“) quello che ci ha colpiti è un’altra affermazione, che riportiamo testualmente:

È chiaro che ci deve essere anche la consapevolezza del magistrato delle proprie decisioni, la necessità di soppesare, per esempio nel caso di misure cautelari reali, oltre alle sacrosante esigenze di legalità, anche le ricadute sulle società, sull’economia. Se sequestro un’azienda a un mafioso e poi il commissario dello Stato licenzia i dipendenti allora si mina la fiducia dei cittadini nella giustizia, oltre ad avere obiettive ricadute negative in termini economici. Non solo la politica deve farsi carico degli effetti dei provvedimenti che prende.

Si tratta di un’affermazione di una gravità inaudita.

Il Ferri dice ai magistrati: per carità, la lotta alla mafia è una bella cosa; ma se per combattere la criminalità ci dovete far arrabbiare gli elettori e ci dovete far danno all’economia, attenti a voi. Preferiamo tenerci la mafia piuttosto che perdere voti.

E qui, da giuristi, non possiamo che insorgere.
Un governo che inviti la magistratura a non intromettersi nel processo legislativo in relazione ai noti fatti di Tempa Rossa (“La magistratura si rispetta ma basta invasioni di campo nella politica”, ha detto il premier dal pulpito di Classedem), e poi, quasi contestualmente, ingiunga alla medesima magistratura di farsi carico delle conseguenze politiche dei propri provvedimenti, è un governo che sta tentando di fare della funzione giurisdizionale una propria succursale, a proprio uso e consumo, scavalcando in un passo solo Costituzione e codice di procedura penale.
Non è compito della magistratura (pure spesso sensibile alle pressioni del potere, purtroppo) farsi carico delle incapacità del governo in tema di tenuta economica del Paese: e quindi non è accettabile che si chieda al giudice di evitare un sequestro di beni alla criminalità organizzata per le ricadute sociali che essa possa portare con sè.

Gli avvocati di MGA non sono teneri con la magistratura; rifiutano ogni forma di giustizialismo, di antigarantismo, di utilizzo del potere giudiziario a fini di lotta politica. Parimenti, siamo convinti che il diritto, generale ed astratto, debba essere adattato al caso concreto dall’interprete, senza rigidità formalistiche laddove si tratti di bilanciare interessi costituzionali parimenti rilevanti.
Tuttavia, qui la posta in gioco è diversa.

Le affermazioni di Ferri confermano che il governo Renzi, auspicando che non vengano posti in essere provvedimenti giudiziari che possano in qualche modo dispiacere agli elettori, ha in mente una Giustizia piegata al consenso, al mercato, al potere delle lobby finanziarie, al potere del più forte.

Per tutte queste ragioni, MGA non ci sta.

Perchè il diritto non è la ragione del più forte, perchè il rispetto della nostra malmessa Costituzione (che Ferri con le sue avventate affermazioni ha calpestato) è quello che ci resta per scongiurare gli abusi del potere sui cittadini.

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IL TRIBUNALE E LA MORTE

Succede ieri 6 marzo 2016, al Tribunale di Catania.

Udienza collegiale. L’avvocata XXX, difensore di parte civile, non è presente in udienza. Ha inviato un certificato di morte: alle 6 del mattino è morta sua madre. Chiede un breve rinvio dell’udienza, anche con sospensione dei termini di prescrizione. I difensori degli imputati non si oppongono alla richiesta della collega, anzi, la sostengono.

La Corte si ritira in camera di consiglio. Dopo pochi minuti ne esce, rigetta l’istanza e dispone procedersi oltre.

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Tutta MGA, e in particolari le referenti catanesi Monica Foti (che per prima ha segnalato l’accaduto) e   Sonia Limura, esprimono solidarietà alla collega il cui dolore è stato oggetto della decisione del tribunale etneo.

Siamo consapevoli che il difensore della parte civile è escluso dalle norme del codice di procedura penale che disciplinano il rinvio per legittimo impedimento della difesa: il Tribunale ha preso una decisione corretta sul piano strettamente processuale.

Ma non è stata una decisione nè opportuna, nè giusta.

Essa calpesta la dignità e i diritti dell’avvocato in quanto lavoratore e in quanto donna o uomo; e calpesta la dignità del vincolo fiduciario che lega il difensore all’assistito;  si inserisce a pieno titolo nel generale tentativo di deminutio della Difesa in nome, a seconda dell’occorrenza, della sicurezza, delle contingenze, delle emergenze, di un produttivismo mercantilistico a costo zero che sta demolendo la Giustizia.

Il nostro sentimento, che speriamo sia il sentimento di tutti gli avvocati lavoratori, sta nelle parole di uno dei referenti torinesi di MGA, Paola Angela Stringa:

L’Italia è quel paese in cui

Se la sera prima dell’udienza muore tua madre o tuo padre o un tuo prossimo congiunto e tu sei il Difensore, il giudice ti nega il legittimo impedimento e ti fa discutere.

Con il cuore a pezzi e quella toga sulle spalle che diventa sempre più pesante.
“Consapevole della dignità della professione…”

Consapevole di averla persa, quella dignità, quando Vi hanno messo in testa che è meglio un processo VELOCE che un processo giusto.
Consapevole di averla persa, quella dignità, quando Vi hanno messo in testa che è meglio tenersi un torto e avere un contentino, che iniziare una causa… “che tanto ingrassa solo gli avvocati..! ”
Consapevole di averla persa, quella dignità, quando c’hanno insegnato che l’uveite è un legittimo impedimento, restare orfani no.
Consapevole di averla persa, quella dignità, quando il rinvio per la chiamata di terzo o per integrare il contraddittorio non te lo danno perché “il processo sennò dura troppo”, ma poi la tua causa viene rinviata di tre mesi perché il giudice deve smaltire le ferie, oppure gli congelano il ruolo e chissà a chi andrà.

Consapevole di averla persa, quella dignità, ma consapevole anche che “se fossi stato al Vostro posto, uomini e donne di Tribunale, se fossi stato al Vostro posto ma al Vostro posto non ci so stare.

“La verità è che nel processo, cioè nell’atto in cui ‘ordinamento si concreta, accanto e al disopra delle norme che lo regolano,  (…) c’è qualcosa che non si lascia ridurre a norma. Questo qualcosa è precisamente il giudizio.”

(Salvatore Satta)